Alla batteria Dietro la rete Il pescatore La speranza a colori
La figlia dice di lui
mariateresa sabatino

Se c’è un’immagine bambina che custodisco sempre con me di mio padre, è lui con la sua barba nera e il suo camice imbrattato di tempera e olio, quattro pennelli tra le dita di una mano e la sua tavolozza che esplodeva di colori, dove di tanto in tanto potevo metterci le mani anch’io.

E con tutti quei colori addosso, illuminava ogni stanza in cui metteva piede.

Mi piaceva osservarlo in silenzio e, guardandolo, sentivo che si trovava perfettamente a suo agio solo in un posto pieno zeppo di pennelli, di cornici, di vetri, di carte e tele di ogni fatta, dove si respira forte l’odore della trementina e dove è ancora possibile immaginare finali alternativi alle storie della vita. È dai sogni che viene il coraggio, mi diceva sempre.

Passavo ore e ore a curiosare nella sua bottega, perché lì potevo trovare di tutto: stoffe, merletti e antichi ricami di mia nonna Maria, foto ingiallite che ritraevano chissà chi, vecchi biglietti d’auguri e cartoline, tantissimi ritagli di giornale con immagini di ogni tipo, legni dalle forme strane, conchiglie, scatole di latta arrugginite, antichi orologi di famiglia fermi dalla notte dei tempi, ferri da stiro di una volta, miriadi di vecchie penne stilografiche e pile e pile di libri e cataloghi accatastati uno sull’altro, sui quali spesso, alla fine della mia ricerca, mi sedevo esausta a rifiatare, con lo stesso libro sempre in mano, quello di Toulouse Lautrec. Ero incantata dalle coloratissime e malinconiche ballerine del Moulin Rouge, che amavo disegnare coi loro vestiti ricchi di pizzi e voulant, immaginando di essere una di loro.

Non c’è dubbio, mio padre era e continua ad essere, anche adesso che non ha più spazi da occupare, con la rassegnata accettazione di mia madre, un “accumulatore primario” e non di capitale… ma di chincaglierie! Fa fatica a buttar via le cose e non per smania di possesso, ma per non staccarsi da quei ricordi che riemergono di tanto in tanto, inattesi, da quelle montagne di disordine per rivivere sulla tela.

Le esperienze che la vita brucia in un attimo vengono rielaborate sulla tavola, diventano segni dilatati che testimoniano ciò che lui ha amato, sperato, sofferto, sempre guidato dal suo senso schietto della vita, dal suo impegno ad acquistare, per un bisogno di cui forse non sempre si vede lo scopo, coscienza delle cose e dei loro rapporti e, di pari passo, un proprio linguaggio che serve più a poterli riconoscere che non ad esprimerli.

Mio padre non ha campato un’esistenza, ma ha vissuto e vive, sempre e comunque, la sua storia: il padre, la madre, i suoi fratelli, il dopoguerra, la fatica, le cadute, le risalite, il suo paese, i suoi amici, i suoi figli e l’amore della sua vita, Maria.

E poi la Musica, preziosa compagna di vita, attraverso la quale da sempre vive ed esprime il suo balsamico senso di Libertà. Si è avvicinato alla musica sin da bambino, seguendo il padre musicante nella banda del paese e frequentando lui stesso i corsi del Maestro Francesco Malfarà che, insieme all’amico Rafeluzzu e tanti altri, fa parte della galleria dei numerosissimi personaggi che da sempre popolano i racconti leggendari di mio padre: le Luigi’s stories, come le chiamiamo io e mio fratello!

Questa passione per la “sua” musica, che consuma avidamente, è restituita sulla tela nei volti dei tanti musici che popolano i suoi dipinti, nella marcia della banda del paese durante la processione di San Rocco, nei momenti di festosa coralità paesana.

I suoi quadri, alcuni frutto di mesi di studio e preparazione, altri fatti di getto, sono specchi di vita vissuta, goduta, sofferta, che promettono sempre qualcosa di nascosto.

L’esprimere è anche un mestiere da apprendere, una tecnica da farsi. La sua passione creativa lo porta, infatti, a ricercare modi alternativi di rappresentare i variegati aspetti dell’esistenza umana. Qualunque tecnica o mezzo che possa aiutarlo ad esprimere meglio il suo sempre vivo entusiasmo per le cose della vita è un linguaggio da sperimentare: dagli stracci, ai cocci di piatti incollati, al fumo di candela, alla ceralacca, alle cornici, che lui stesso ora costruisce e talvolta dipinge.

Ma di questo suo lavoro di ricerca e dei suoi percorsi artistici mio padre non parla mai: ama raccontare soltanto attraverso i suoi quadri.

La sua pittura si è insinuata in questa ricca trama che lega e tiene le cose della sua vita, in questo mutevole gioco dei rapporti che lui ha saputo e sa cogliere fra questi nessi, creando nuove prospettive e letture alternative nell’immenso panorama del suo tempo vissuto.

Mio padre ha svolto e svolge tutta la sua opera, a tratti segreta, lenta, ma sempre incessante, per “vedere” secondo il suo sentimento della vita cercando non soltanto di salvarlo, ma di restargli fedele.

La sua è una lunga ricerca nella memoria, nei luoghi della sua Girifalco, nei ricordi della sua infanzia: seleziona, sfuma, classifica, esagera. Il passato diventa materia di sogno, ma in fondo rimane il suo percorso dell’anima: per essere davvero liberi bisogna avere radici, bisogna aver fatto i conti col proprio passato, anche a costo di rivisitarlo in chiave fantastica.

Più volte mi sono chiesta se esiste o se è mai esistita davvero quell’umanità rassicurante, onesta, laboriosa, paziente, mai vinta, ma poco importa: per lui dipingere significa immaginare, sognare, raccontare e lasciare storie a qualcun altro. Forse perché “la vita in fondo non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”. (Gabriel Garcìa Màrquez, Vivere per raccontarla). Ora non è il tempo che gli manca. E nemmeno l’età.


ciao papà, Mariateresa


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